La tristezza è una delle tante emozioni che costellano la nostra esistenza quotidiana, ma certamente non gode di buona fama: nessuno desidera essere triste e quando capita si spera sempre che la cosa duri poco.

Questo dipende soprattutto dalla società in cui viviamo, che ci impone di essere sempre al top, sorridenti, performanti, forti, e animati da sole emozioni “positive”.
La verità è che una vita così non solo non è umanamente possibile, ma non è nemmeno sana!

Indipendentemente dal nostro giudizio, tutte le emozioni hanno una funzione e così anche la tristezza, che deve essere accolta e non repressa.

Come mi è già capitato di scrivere in altri articoli, non esistono emozioni davvero positive o negative.
Il concetto di “positivo” e “negativo” deriva dal nostro giudizio interno. Non mi credete? Pensate alla scarica di adrenalina provocata da un giro sulle montagne russe o un salto con il bungee jumping: qualcuno interpreterà quelle sensazioni come terrore, negativo, qualcun altro come eccitazione, positiva.

A COSA SERVE ESSERE TRISTI

Provate a pensare ad alcuni momenti della vostra vita in cui vi siete sentiti tristi.
Sono quasi certo che siano stati momenti in cui avete subito una perdita: un lutto, la fine di una storia, oppure una mancata occasione, un desiderio che non si è realizzato o addirittura semplicemente un oggetto a voi caro che è andato perduto o rotto.

La tristezza è quindi un’emozione legata al senso di perdita e la sua utilità sta proprio nel permetterci di immergerci in questa mancanza, di elaborarla e, infine, superarla.

È il modo in cui possiamo raccogliere il dolore dentro di noi e farlo uscire. Se non lo facessimo, rimarrebbe dentro di noi sempre vivo, bloccandoci nella nostra crescita come esseri umani e procurandoci problemi assai più grandi.

Il suo scopo è concederci una “pausa di riflessione” per capire cosa è successo e di cosa abbiamo bisogno. Un momento in cui leccarci le ferite, capire chi siamo e raccogliere informazioni utili per ripartire quando sarà il momento.

Ma c’è di più!

Quando siamo tristi, la nostra voce e il nostro aspetto cambiano. In altre parole, cambia ciò che comunichiamo agli altri. Ed è una buona notizia! La voce spenta, lo sguardo contrito, le lacrime sono messaggi che inviamo a nostri compagni di specie (siamo animali sociali!) per ottenere aiuto e sostegno.

CAPIRE LA TRISTEZZA

Perché la tristezza possa realizzare la sua funzione positiva, è importante che essa venga innanzi tutto riconosciuta e che le venga lasciato spazio.

Riconoscere la tristezza significa ammettere a se stessi che si è tristi!
Sembra facile, ma ci sono alcuni ostacoli:

la maschera sociale del “va tutto bene”
Ammettere a se stessi di essere tristi può essere difficile soprattutto per coloro che da bambini sono stati educati in contesti in cui non era permesso esserlo. Ma anche chi è cresciuto in un ambiente più libero potrebbe aver imparato a fingere che le cose vadano bene, anche quando in realtà non è così.

le difficoltà nel riconoscere le emozioni
Non è possibile lasciare a un’emozione lo spazio di esistere, se non si sa che quell’emozione esiste!
Chi non è particolarmente allenato a distinguere le emozioni potrebbe faticare a individuare la propria tristezza, soprattutto se questa si mescola con altre emozioni, come la rabbia.

la paura
C’è chi crede che sentirsi tristi significhi essere deboli o addirittura soffrire di depressione e avere bisogno di cure. Questo approccio spaventa e impedisce l’ascolto della propria voce interiore.

COME GESTIRE LA TRISTEZZA

Aver capito di essere tristi e averlo ammesso a se stessi è solo il primo passo. Un’emozione, per essere funzionale, deve infatti essere espressa.

Come?

Nel caso dell’emozione, l’esempio più ovvio è il pianto!

Piangere abbassa i livelli di stress, permettendoci poi di vedere la situazione in maniera più chiara. Inoltre, richiama l’attenzione di chi ci è vicino, facendoci ottenere l’aiuto e il sostegno degli altri.

Oltre al pianto, anche l’arte ci può aiutare. Scrivere, suonare, dipingere, ballare, sono modi per tirare fuori i nostri sentimenti e dargli una forma esterna, rielaborata, da poter osservare per trarne qualcosa di buono. Non serve essere artisti consumati: tenere un diario, scarabocchiare su un foglio, muoversi a tempo di musica sono attività a portata di tutti.

E se la tua tristezza si fa insostenibile, puoi sempre rivolgerti a un professionista.
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